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Lug 14

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TECNICO E GENITORI: Quale atteggiamento assumere?

Quante volte ci si è sentito dire dall’allievo: “Mister, ha detto papà che io sono un attaccante, quindi in difesa dove mi metti tu, non ci voglio più giocare”.

Che cos’è il calcio, se non una sfida che riflette in campo gli eventi della vita?

Secondo questa lettura, per i giovani calciatori, disputare la partita è una sorta di prova generale, in cui ci si esercita a diventare uomini.

L’allenatore è il regista, che sente la sua squadra, ne filtra gli umori, gestisce le sue energie. In tutto questo gioca un ruolo fondamentale, la sapienza dell’intuito, di cui ogni allenatore si avvale. Perché la sua capacità di sentire la squadra sia intatta, egli deve rimanere concentrato solo su di essa, per capire e dare un valore agli stati d’animo e ai malumori del gruppo.
Spesso, questo delicato meccanismo può essere destabilizzato dall’interferenza di elementi di disturbo, tra cui l’intromissione dei genitori sul lavoro dell’allenatore, invadendo lo spazio della relazione che si stabilisce tra il mister e i suoi allievi, dalla quale, i genitori dovrebbero rimanere esclusi.
Ci sono genitori che invece di vedere nel calcio l’opportunità di far crescere il figlio come persona, si aspettano da questo sport dell’altro.

Inoltre, il loro modo di seguire l’attività sportiva del figlio, assomiglia sempre più al sistema di proporre il calcio degli adulti da parte dei mass-media, per cui chiunque si permette di parlare di tecnica e dare giudizi come se fossero assoluti e non semplicemente una lettura personale degli avvenimenti.

Gli allenatori, che il calcio lo conoscono bene, sanno che esso è ben altro dello “spettacolo” di cui parlano tutti. E’ spirito di sacrificio, è l’attenzione ai piccoli risultati, è il valore dell’insegnamento della sconfitta.

Il calcio è anche sentirsi sottoposti alla critica di chi, di tutto ciò, non conosce nulla.
Perché gli allenatori possano lavorare bene, è quindi necessario che siano salvaguardati dall’interferenza di certi genitori e il modo più efficace è senz’altro quella che cresce e si rafforzano dentro di loro, attraverso la definizione del proprio senso d’identità, quali educatori al calcio e alla vita.

A questo scopo sono portati a termine i suggerimenti che seguono, che si propongono come spunti di riflessione su cui edificare le basi di una diversa definizione dei rapporti tra allenatore e genitore.

Tamponare il tentativo dei genitori di invischiarsi nel ruolo dell’allenatore, attraverso un atteggiamento informale ma professionale.
La motivazione per cui certi genitori iscrivono i propri figli a una Scuola Calcio e li seguono assiduamente se continuano negli anni questo impegno di là da quello che esprimono in modo esplicito, è legato spesso al desiderio in parte cosciente di vedere attuarsi nel figlio ciò che loro non sono stati in grado di fare, ovvero mostrare di valere qualcosa, come avrebbero voluto.

Desiderare per proprio figlio il meglio, per queste persone significa desiderare il successo e la fama del giocatore famoso.
In questo desiderio, l’amore si mescola a una sorta d’irrazionale bisogno di far vedere “chi si è”, attraverso quello che fa il figlio, come se in tal modo si potesse riscattare una vita anonima in cui molto spesso si ricopre un ruolo insoddisfacente. Questo comportamento può portare tali genitori a tentare di manipolare le situazioni in cui si trovano i figli, per agevolare quello che si aspettano da loro. In linea con ciò è molto frequente che tentino di insidiarsi nella vita della squadra cercando di ricoprire qualche ruolo, anche secondario, oppure provino a intraprendere con il mister un legame amichevole.
Stabilire un clima troppo informale e familiare con i genitori, può esporre gli allenatori a perdere il controllo della situazione, al punto di percepire come fastidiosa la vischiosità di talune persone, nel momento in cui non si può fare più nulla, ovvero quando si permettono di fare critiche o dare “consigli”.

Che nessuno gli ha chiesto.
Quello che alcuni genitori cercano molto spesso di fare attraverso un rapporto amichevole, è di stabilire una relazione alla pari, mentre il contesto dove gli allenatori operano, si caratterizza da una differenziazione di ruoli in funzione delle competenze. Stiamo parlando di un ambiente calcistico, gli allenatori sono gli esperti, i genitori sono l’utenza. Questo non vuol dire che tutti i genitori sono inesperti di calcio. Anche se un allievo fosse il figlio di un giocatore di serie A, nel contesto in cui lavora l’allenatore, è lui l’istruttore, con il proprio lavoro rappresenta la Società che l’ha scelto, quindi il suo ruolo è inequivocabile, in tale contesto quel giocatore di serie A è il genitore.
Rispettare la differenziazione di ruoli, pone i genitori nella posizione di non poter interferire, perché l’allenatore è percepito a un altro livello di comunicazione. Ma i primi a rispettare questa differenziazione devono essere proprio gli allenatori, perché sono loro che con un atteggiamento informale ma professionale possono imporre le distanze. Probabilmente, in un altro contesto, come quello scolastico, i genitori non si permetterebbero mai di andare dall’insegnante d’italiano e chiedergli come mai al proprio figlio non ha fatto studiare prima i verbi poi l’analisi logica. In quel contesto sono abituati alla differenziazione dei ruoli.
Quindi, se l’allenatore si accorge che la situazione sta prendendo una piega in cui, da parte dell’interlocutore, c’è il tentativo di modificare i ruoli, può riportare il rapporto sul livello giusto, se lui stesso è certo della propria autorevolezza.

Identificarsi con la propria autorevolezza.
Ogni allenatore ha percorso un cammino in cui si è costruita un’esperienza, a conclusione della quale è sopraggiunta a premiarlo l’acquisizione della propria professionalità. Questo bagaglio costruito nel tempo, gli permette oggi di potersi concepire autorevole, esperto, competente. Ciò oltre ad alimentare la propria autostima, deve permettergli di identificarsi in un ruolo ben definito, da concepire come una base certa dalla quale muoversi.
Quando, per motivi legati alla propria storia personale, nell’allenatore il livello di autostima non è alto, può capitare involontariamente che egli tenti di difendersi dai genitori, colludendo con essi. Ciò può indurre a farsi amici i genitori scomodi, per essere accettato ed evitare la critica. Se si è certi di quello che si fa, bisogna rimanere fedeli alla propria posizione, senza tuttavia perdere l’umiltà e la consapevolezza di poter sbagliare. D’altra parte la presunzione rende ciechi e fa sentire onnipotenti, esponendo al rischio di compiere errori e non accorgersene.

E’ quello che può succedere a chi ha troppa stima in se stesso.
Bisogna, quindi, cercare di mantenere sempre l’umiltà, ma riconoscere anche quanto si vale Imparare a tollerare le critiche dei genitori.
Per preservare il lavoro degli allenatori, è riduttivo limitarsi a tentare di far capire ai genitori la componente distruttiva dei loro giudizi su ciò che cerca di realizzare il mister. E’ più efficace tentare di affrontare la situazione, sostenendo l’allenatore a modificare il suo atteggiamento verso l’attacco aggressivo che subisce con la critica, riconoscendo le emozioni che in  tal modo sono attivate in lui.
I giudizi dei genitori, spesso, non sono attendibili, poiché è difficile, essere obbiettivi nel valutare ciò che ci coinvolge personalmente, nel loro caso si tratta dei figli. Tuttavia, le loro critiche vanno accolte, purché siano costruttive e finalizzate a lavorare meglio. Sarebbe bene, quando i giudizi sono diretti al mister, che i genitori, senza bisbigliarli tra loro, li comunicassero alla Società, in modo che questa possa fare da filtro e gestire la situazione.
Ma nonostante quest’approccio sia finalizzato a far sentire i mister tutelati, l’effetto che le critiche suscitano in ognuno di loro è diverso da persona a persona.
Ognuno reagisce nel suo modo personale alle critiche in genere e, spesso, la modalità utilizzata è quella appresa nel corso dei primi anni di vita ed è legata a come si è vissuto l’aspetto autoritario delle proprie figure genitoriali. Quindi di fronte alla critica, si utilizza sempre la stessa reazione, che può essere, di sentirsi disorientati, o intolleranti, oppure di deprimersi. In ogni caso la critica, senza che ce ne accorgiamo, ci induce a chiederci: “Ma io quanto valgo?”
Per imparare a tollerare le critiche, bisogna, quindi, cercare di capire guardandosi dentro, qual è la personale reazione a esse, perché nel momento in cui conosciamo il nostro modo di reagire agli eventi, questi non li viviamo più tanto insidiosi e incontrollabili.

Non farsi sorprendere dall’avversione di alcuni genitori.
L’insoddisfazione dei genitori può indurre l’allenatore a pensare di non aver fatto bene il proprio lavoro. Questo può rappresentare per lui uno stimolo costruttivo a riflettere su ciò che fa, senza temere di mettersi in discussione, ma cercando degli spunti di crescita.
Tuttavia, il mister non deve ricercare il motivo della loro insoddisfazione soltanto nel proprio modo di lavorare, molto spesso i genitori sono scontenti dell’allenatore perché egli non soddisfa le loro attese. Nel caso il figlio non fosse molto portato per il calcio, è più facile prendersela con l’allenatore, con cui il genitore non stringe nessun legame emotivo, che accettare l’idea che proprio figlio non sia bravo a giocare a pallone. Se il mister sa di essere esposto a questo meccanismo, può tollerare meglio l’ostilità dei genitori, perché sa valutarla anche secondo questa lettura.

Rendersi disponibili a definire uno spazio al genitore, seppure circoscritto.
Nonostante che con il loro comportamento i genitori possano attivare reazioni di animosità, è bene trovare il modo di farli sentire utili. Questo è possibile coinvolgendoli nell’organizzazione pratica degli impegni della squadra, come per esempio nelle trasferte, ambito in cui i genitori sono un elemento valido anche per la Società. Bisogna rimarcare loro il ruolo fondamentale che assume, come supporto all’aspetto emotivo e educativo del figlio.
Concentrare la loro attenzione sul fatto che una buona prestazione è il risultato di una buona preparazione tecnico-motoria e di adeguate condizioni psicologiche, permette all’allenatore di definire che le sue competenze, rispetto all’aspetto tecnico sono esclusive. Permette inoltre di rilevare al genitore il ruolo rilevante che egli assume, nel seguire la condizione emotiva del figlio, per cui è necessaria la sua attiva collaborazione.
In questo modo, i genitori percepiscono che è riservato anche a loro uno spazio nell’attività calcistica del figlio, canalizzando il loro bisogno di intromettersi nell’attività del mister in qualcosa di utile.

Riferirsi all’appartenenza a un gruppo di lavoro.
Gli allenatori di una stessa Società dovrebbero cercare di lavorare in contatto tra di loro, magari potendo contare sulla presenza di un valido direttore tecnico, quale punto di riferimento per tutti. Ognuno contribuisce con la sua competenza a uno stesso scopo: far crescere gli allievi nella propria categoria, sia dal punto di vista tecnico-motorio, sia dal punto di vista comportamentale. L’appartenenza al gruppo fa sentire l’allenatore sostenuto da esso e gli garantisce uno spazio in cui potersi confrontare.

Trasformare le proprie convinzioni in fermezza.
Se l’allenatore è convinto della propria professionalità e delle decisioni che prende, ciò si trasforma nel suo comportamento in fermezza. Con i ragazzi, quest’aspetto dell’adulto è importantissimo, perché la fermezza gli dà sicurezza. Purtroppo al mondo d’oggi è un po’ fuori moda, nei metodi educativi familiari predomina spesso il buonismo, la difficoltà a dire no ai figli. Ma loro hanno bisogno di confrontarsi sia con le frustrazioni, attivate dai no o dai rimproveri, sia con le ricompense espresse dagli apprezzamenti. In questo senso, l’allenatore può essere un efficace supporto educativo al lavoro che compie la famiglia.
Quindi, nel momento in cui l’allenatore si trova di fronte ad una scelta difficile da fare, più che la certezza di scegliere l’alternativa giusta, cosa a volte molto difficile, è importante che sostenga la posizione che intraprende, con fermezza. Questa rappresenta, in tal modo, un freno per chi vorrebbe tentare di manipolarlo ed è rassicurante per coloro che si affidano alla sua professionalità per istruire al calcio il proprio figlio, mostrandogli fiducia. Non bisogna dimenticare che ci sono anche dei genitori gratificanti.

In conclusione, ogni allenatore, per svolgere serenamente il suo lavoro, deve affidarsi al proprio intuito e alla propria fantasia. Deve sentirsi capace, nel gestire la squadra, di preservarsi dagli attacchi esterni, sia dei genitori, sia della stampa o altro.
Per fare questo, è necessario che in lui cresca la capacità di concentrarsi soltanto sulla consapevolezza che, di là dei risultati e delle opinioni degli altri, egli svolge il suo lavoro con passione e amore per il calcio. Ogni allenatore dovrebbe essere in grado di riconoscersi, usando un termine rubato a Darwin Pastorin, in un “principe della zolla, campione dentro e fuori il rettangolo di gioco”, tenendo conto che può considerarsi tale chi, come lui, cerca di donare il meglio di sé ai suoi allievi, insegnandogli il vero sapore e il vero volto del calcio e dello sport, indipendentemente da qualsiasi interferenza. Ciò che ne è la definizione di un ruolo che stabilisce una posizione del mister difficilmente vulnerabile.

di Angelo Di Costanzo

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